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PARCO PROVINCIALE LA MARTINA E MONTE GURLANO

Servizio Aree Protette, Foreste e Sviluppo della Montagna - Viale della Fiera 8, 40127 Bologna –

tel. 051.527.6080/6094  - E-mail: segrprn@regione.emilia-romagna.it - https://ambiente.regione.emilia-romagna.it/it/parchi-natura2000/rete-natura-2000/siti/it4050015

 

Superficie: 1107 ettari

Il Parco della Martina comprende:

2 Zone di Ripopolamento e Cattura e

1 Azienda Faunistico Venatoria.

12 habitat d'interesse comunitario.

Il parco la Martina è stato realizzato dalla Provincia di Bologna nel 1972, su una superficie di circa 155 ettari, di proprietà del comune di Monghidoro, si trova sull'Appennino bolognese orientale in area submontana (tra i 400 e i 950 m s.l.m.) e occupa il largo e articolato versante destro idrografico dell'Idice fino al pianeggiante spartiacque col Sillaro, tra il Sasso della Mantesca e il Monte Gurlano.

Un tempo quest’area era caratterizzata da prati e seminativi e da boschi radi di querce; poi , a partire dall’anno 1920 venne rimboschita con conifere quali il pino nero, il pino silvestre, l’abete bianco e il cipresso di Lawson.

Nel 1985 il Parco venne ristrutturato valorizzando le sue peculiarità naturalistiche caratterizzate dalla presenza di ofioliti, calanchi e diverse zone umide che negli anni, hanno richiamato l’attenzione di molti studiosi e naturalisti, la cui collaborazione ha aiutato l’area ad entrare, nel 1995, nella lista dei SIC (Sito di Interesse Comunitario) a cui sono seguiti diversi progetti di gestione e conservazione.

Il patrimonio ambientale di cui dispone tutta l’area del SIC La Martina-Monte Gurlano è un complesso puzzle composto di habitat rocciosi, aree umide, boschi di cerro, castagno e pino nero, praterie e gineprai alternati da una ricca flora spontanea e fauna protette. In alcune delle numerose pozze presenti nell'area,  vivono e si riproducono diverse specie di Anfibi, e sono state interessate da interventi di recupero e gestione nell'ambito del "Progetto Pellegrino".

Il paesaggio è a tratti verdeggiante di praterie pascolate, a tratti desolato dal  "mare" di argille scagliose emergono caratteristici affioramenti ofiolitici tozzi ,le argille scagliose e in particolare le ofioliti sono ricche di metalli e componenti tossiche per gli organismi viventi, che vi risiedono con difficoltà tramite adattamenti e specializzazioni.

I Sasso di San Zanobi (m. 861) ed  il sasso della Mantesca, (m.826) sono unità ofiolitiche costituite da rocce di età giurassica in dispersione generale di tipo caotico nell’Appennino Tosco-Emiliano. Queste due rocce, sono: la prima compatta di colore verde cupo, la seconda scomposta e sparsa per il terreno, di colore rossastra. Il sasso di San Zanobi da molti e’ stato creduto un meteorite. Queste rocce ofioliti sono state sradicate dai fondali dell’antico mare di Tetide con lo spostamento dei continenti, la zolla africana scorrendo sotto quella euroasiatica, ha dato forma a un impilamento dei sedimenti, formando prima le Alpi, poi gli Appennini.

Tra i boschi e i sentieri si nascondono: la cava di ispezione attiva fino al secolo scorso denominta la miniera di Gurlano ed il Borgo de La Martina datato tra il ‘600/’700 oggi completamente ristrutturato.

Il crinale spartiacque Idice-Sillaro, sarebbe il tracciato di un ramo della via romana Flaminia Minor, via costruita dal Console Gaio Flaminio per collegare Bonomia (Bologna) ad Arretium (Arezzo), realizzata contemporaneamente alla via Emilia, (Piacenza Rimini 187 a C.). Qualche ricercatore ritiene che la zona monte Canda, passo Raticosa sia stato, cerniera, di questa via romana, e che un ramo abbia percorso il crinale Idice-Sillaro per giungere alla città di Claterna sulla via Emilia.

Il parco offre l’ambiente ideale per passeggiate e soste all’aria aperta. Oggetto di un’intensa opera di sistemazione nel corso del 2019, il Parco ora è dotato di una rete sentieristica attrezzata, con aree di sosta per pic-nic dotata di panche, tavoli e fornacelle. Il turismo e l’escursionismo sono inoltre agevolati dalla presenza, all’interno del parco, del camping la Martina.

 

Per chi volesse approfondire la conoscenza degli aspetti naturalistici dell’Appennino bolognese è stato predisposto un sentiero didattico ed inoltre, presso il Centro Visite, situato all’interno dell’Osteria del Bosco, punto di ristoro del Camping La Martina, sarà possibile ottenere informazioni e documentazioni.

PARCO DELLA MARTINA E MONTE GURLANO
PARCO DELLA MARTINA

LUOGHI DI INTERESSE
DEL PARCO E DINTORNI 

 VECCHIE MINIERE NELLA VALLE DELL’IDICE E DEL SILLARO

Grazie alle informazioni storiche reperite sul sito https://monsgothorumnatura.it/

Nel territorio bolognese le uniche attività minerarie metallifere a livello industriale che ebbero un certo successo estrattivo ed economico furono quelle di Bisano e Sassonero, rispettivamente nella Valle dell’Idice e del Sillaro. I minerali, utili industrialmente per ricavare rame, che vi si trovavano erano: calcopirite, bornite, calcosina o calcocite, con rinvenimenti di carbonati di rame, quali malachite con azzurrite e rame nativo in piccole quantità. Presso il Museo Capellini di Bologna è possibile osservare collezioni di alcuni di questi minerali di cui qui si allegano foto.

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MINIERA DI GURLANO NEL PARCO LA MARTINA

Nel Parco de La Martina, la miniera di Gurlano (o Sasso Gurlino) con attigua discarica, può essere oggi definita non più di un saggio minerario, in pratica una galleria di esplorazione di 55 metri, scavata con esito negativo nel 1902 nella roccia ofiolitica. Questa galleria di assaggio fu creata in concomitanza ai tentativi di riattivazione delle miniere di Bisano e Sassonero, a seguito della loro chiusura ed ulteriore revoca di concessione risalente al 1885. Negli anni 1900-1901 e 1902, dopo il rincaro del prezzo del rame, esse vennero parzialmente riattivate dal Sig. Cesare Farnè e dal Conte Giovanni Codronchi di Imola con concessioni minerarie separate. Dopo questi tentativi in queste tre zone nessuno si è più interessato a tali lavori, ad eccezione della ricerca a carattere collezionistico, all’interesse naturalistico e biospeleologico dell’area.

 

A fine novembre 2019 si è concluso il cantiere dei lavori presso il Parco de La Martina (Comune di Monghidoro) previsti dal progetto GAL “Investimenti diretti ad accrescere la resilienza ed il pregio ambientale degli ecosistemi forestali del 2018 (PSR 2014-2020) Misura 19-TIPO OPERAZIONE 8.5.01.

Il Parco, grazie anche al lavoro dei volontari, è ora dotato di una buona sentieristica e sono ben visibili e accessibili molte pozze e aree umide. E’stata valorizzata anche l’area del geosito di Monte Gurlano con la relativa miniera.

MINIERA DI BISANO

La miniera di Bisano fu la più importante a livello estrattivo e produttivo della zona ed è storicamente nota dal 1674, quando il Marchese M. Antonio Montalbano della Fratta1 scoprì il giacimento. Altre notizie della zona risalgono al 1781, fornite dall’abate Serafino Calindri 2 che cita in alcuni scritti il Conte M. Hercolani come protagonista di ritrovamenti di minerali di rame nei dintorni del paese di Bisano.

 

La vera ricerca mineraria fu iniziata dalla Società Mineralogica Bolognese, con sede a Bologna in Piazza Calderini, che nel 1846 iniziò la ricerca sul colle sovrastante il piccolo paese di Bisano. Fu proprio in questa occasione che fu individuata la concentrazione di minerale che diede inizio allo scavo del pozzo ottagono. Poi, nel 1847, venne costituita una Società per compiere ricerche nelle province di Bologna e Ravenna; successivamente, nel 1855, si ottenne dal Governo Pontificio il permesso di ricerca e sfruttamento industriale di due giacimenti cupriferi, Bisano e Sassonero, attualmente siti nel Comune di Monterenzio. Vennero effettuate anche altre ricerche in località minori della zona: Fenarina, a circa un chilometro da Bisano, Pianelle a circa quattro Km da Bisano, Fontanelle, presso Monte Gurlano (o Sasso Gurlino).

Tali sondaggi vennero ben presto abbandonati per intensificare le ricerche nella miniera di Bisano, portandosi dopo alcuni anni di attività estrattiva alla profondità di 150 metri sotto il livello dell’Idice, con sette livelli di ricerca. Mentre un ottavo livello di galleria era in fase di scavo, l’attività estrattiva vera e proprio cessò.

Erano iniziati i lavori di scavo di un nono livello e un decimo livello era allo studio; tale livello avrebbe portato l’esplorazione sotterranea a 300 metri di profondità, perché si ipotizzava il ritrovamento del cosiddetto “nucleo” o “vena principale” (ipotesi ottocentesca).

Questa teoria aveva animato lo spirito di ricerca della Società Mineralogica, giustificato dal costante aumento di concentrazioni cuprifere in profondità. Si hanno notizie in merito all’effettiva attività della miniera documentate fino al 1866 da una relazione del Prof. Giuseppe Meneghini 3 , allora direttore della miniera di rame di Bisano.

In relazione alla storia geologica dell’Appennino, la stessa origine geologica delle argille scagliose, materiale in cui erano scavate le miniere di Bisano e Sassonero, conferma che non possono esistere vene o filoni costanti di rame o altri minerali metallici coltivabili in grandi giacimenti, ma possono esistere affioramenti ofiolitici alloctoni contenenti minerali di rame o rame nativo. A metà dell’ottocento potendo contare sulla manodopera locale montana e con i mezzi e costi di gestione di allora, l’estrazione si rese realizzabile.

 

Da fonti storiche, la Miniera di Bisano ebbe una vita di oltre 20 anni di attività e raggiunse uno sviluppo complessivo lineare di gallerie di 2.026 metri nel 1858 (sviluppo raggiunto in 3 anni di intenso scavo, dal 1855 al 1858, dato documentato). Da quanto riportato da Claudio Baratta 4, l’estrazione del minerale iniziò già nel 1847 e continuò fino al 1866, indipendentemente dai permessi vari documentati. Le informazioni dettagliate sulla miniera di Bisano nei trattati di Meneghini 3 , che arriavano al 1866, sono conservati all’Archiginnasio di Bologna.

 

La Miniera diede lavoro mediamente a 110 persone tra cui 86 minatori, scavatori, scariolanti che lavoravano in due turni, diurno e notturno, 3 fabbri e 10 carpentieri, ai quali si aggiungevano un numero variabile di carrettieri utilizzati per il trasporto del legname e vari altri materiali. Inoltre c’erano anche contabili e superiori. Il trasporto del minerale estratto era fatto dai muli. Tale struttura portò un certo benessere alla popolazione di Bisano e dintorni.

 

L’estrazione del minerale cuprifero dal fondo delle gallerie avveniva con argani e burbere azionati da cavalli e muli o manualmente. Solo negli ultimi anni di attività della miniera venne impiegato un macchinario detto “locomobile”, che azionava l’argano del pozzo maestro per il sollevamento del materiale. Parte del minerale estratto veniva mandato a Liverpool in Inghilterra, per accordi intercorsi con le compagnie inglesi, con quantità medie di minerale variabile di anno in anno da 6000 Kg a 50.000 Kg come massimo produttivo noto (Claudio Baratta 4). Il restante materiale veniva arricchito e lavorato nelle officine locali.

Dagli scritti di Bombicci 5 per la miniera di Bisano risulta che durante gli scavi delle gallerie vennero incontrati nelle argille scagliose blocchi colossali di minerale, in prevalenza bornite (solfuro di rame e ferro). Uno di essi raggiungeva il peso di 39 tonnellate. Altri blocchi minori, di 1200 e 114 Kg, furono ritrovati tra il 5° e il 6° livello, mentre l’ottavo livello era interessato dalla presenza di serpentino impregnato da bornite e calcopirite per una lunghezza di 16 metri.

 

Le gallerie e i pozzi delle miniere di Bisano e Sassonero erano scavate nelle argille scagliose di facile scavo e asporto, ma di scarsa stabilità, quindi erano rinforzate tramite strutture murarie con volta a botte e strutture di sostegno lignee, che garantivano una certa sicurezza a chi operava all’interno della miniera. Il trasporto avveniva mediante l’uso di carrette in legno, spinte dagli scariolanti, suddivisi in turni di lavoro; inizialmente assenti impianti con carrelli e binari, al contrario di quanto avveniva nella miniera di Montecatini Val di Cecina, miniera simile a quella di Bisano ma con quantità di materiale maggiore.

MINIERA DI SASSONERO

 

Sulla riva orografica destra del torrente Sillaro, non lontano da Sassoleone e sotto la Villa di Sassonero, emerge da argille scagliose a circa 200 metri sul livello del torrente, l’ofiolite di Sassonero, formata da rocce di natura magmatica. Sulla riva sinistra del Sillaro sorge un piccolo ammasso roccioso ofiolitico che da tempo attirava attenzione per tracce di carbonati di rame. Nel 1853 furono iniziati i lavori esplorativi in galleria di questo giacimento. A causa dell’instabilità del terreno sulla riva sinistra, si dovette scavare un pozzo sulla riva destra del Sillaro e giunti alla profondità di 20 metri furono iniziati 3 livelli di gallerie:

 

il 1° livello di gallerie con sviluppo di 72 metri;

a 30 metri di profondità il 2° livello con sviluppo di 151 metri;

a 56 metri di profondità il 3° livello con sviluppo di gallerie di 312 metri.

Tutte queste gallerie passavano sotto il torrente Sillaro, con grossi problemi di infiltrazione e inondazioni improvvise, saturazioni gassose causate da metano, che costringevano le maestranze alla prudenza e ad abbandoni improvvisi e rapidi delle gallerie. Con successivi lavori di aerazione e con l’istallazione di ventilatori fu possibile l’estrazione del minerale in sicurezza. La miniera di Sassonero, inferiore per importanza e produttività rispetto a quella di Bisano, annovera al 1858 uno sviluppo totale delle sue gallerie di 615 metri impostati su tre livelli di gallerie, con un quarto livello allo studio, che si aprivano sotto la modesta ofiolite sopracitata, sottostante la grande massa ofiolitica di Sassonero. Superato con lo scavo il piccolo affioramento, furono intercettate altre concentrazioni cuprifere disperse nelle argille che giustificarono i 600-800 metri di gallerie, scavati nel 1861, oggi purtroppo non visibili, come del resto gli impianti murari dell’epoca ormai demoliti.

 

La piccola miniera di Sassonero non raggiunse mai l’importanza della vicina miniera di Bisano, ma contribuì al raggiungimento di quantità ottimali di materiale cuprifero che diedero impulso alla continuità dei lavori e al sostentamento economico delle popolazioni locali montane legate ai redditi derivati da sfruttamenti agricoli. Dal 1849 al 1858 vennero spedite a Liverpool 3.000 libbre (1360,777 Kg-13 quintali) di buon materiale, unite alle 12.000 libbre (5443,1084 Kg-54 quintali) di Bisano.

 

L’articolo di Roberto Sarti 6 conferma che le gallerie della miniera erano state attivate fino a tre livelli, rinforzate con strutture murarie e lignee e si conosce che nel 1861 lo sviluppo totale dei lavori eseguiti era di circa 800 metri lineari di lunghezza.

 

L’estrazione del minerale a Bisano e Sassonero non fu mai molto copiosa, tanto che la società non ricavò cospicui utili dalla ricerca e più volte dovette ricorrere alla vendita delle azioni. Furono 800 le azioni acquistate da soli 145 soci alla data del marzo 1861. I minerali utili raccolti nella miniera di Bisano e Sassonero si possono riassumere in rame paonazzo o erubescite, rame giallo e calcopirite, rari rinvenimenti di rame carbonato e di rame nativo.

Sasso Zenobio
MONTE Gurlano
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Ofioliti

OFILIDI

Grazie alle informazioni storiche reperite sul sito https://monsgothorumnatura.it/

Il versante orientale del Torrente Idice è rappresentato  da materiali litoidi per lo più non stratificati, eterogenei e in condizione di estrema caoticità, da cui la denominazione di Complesso caotico indifferenziato.

Tale formazione risale all’età cretacica, quando un evento geologico portò al sollevamento di un’estesa area corrispondente all’attuale mar Tirreno; fanghiglie e blocchi di roccia ad esse sottostanti, furono strappati dai fondi oceanici e successivamente rovesciati e riversati nell’attuale Appennino ligure tosco emiliano.

Questa massa chiamata del “caotico indifferenziato” ha quindi costituito una coltre gravitativa traslata nell’area tirrenica fino al margine nord est dell’Appennino (Torrente Sillaro), formata essenzialmente da argilliti grigie verdastre, completamente scompaginate, chiamate genericamente con il nome di “Argille scagliose”, inglobanti frammenti e lembi di rocce sedimentarie, eruttive e metamorfiche di differenti età e origine .

Le specifiche caratteristiche fisico meccaniche delle argille, in grado di assorbire rapidamente grandi quantità di acqua, favoriscono lo scolamento di tali materiali lungo il versante orientale dell’Idice, dando origine a franamenti ed erosioni idriche, per lo più orientate verso Nord Est.

 

In questo mare di Argille Scagliose emergono le masse ofiolitiche

di Monte Gurlano, (brecce di rocce ofiolitiche, basalti, gabbri e serpentine),

del Sasso della Mantesca, (gabbri eufotidi e serpentiniti),

del Sasso di San Zenobi (serpentinite),

di Sassonero (brecce ofiolitiche, basalti a pillows diaspri)

e i veri rilievi montuosi di M. Beni, Sasso di Castro, Monte Rosso, con cime che superano i 1200 m.

 

I numerosi tipi di rocce eruttive e metamorfiche, presenti come lembi o zolle di varie dimensioni, inglobate entro le argille scagliose, sono comprese sotto il nome di ofioliti (o rocce verdi) e danno origine ad interessanti e suggestivi paesaggi, di grande valenza naturalistica.

Oltre al già citato Monte Gurlano, sono inclusi  nel SIC IT5140001 Passo della Raticosa, Sassi di San Zanobi e della Mantesca (2208 ha, circa 22 Km quadrati) e nell’adiacente SIC IT 5140002, Sasso di Castro e Monte Beni (812 ha, circa 8 Km quadrati), entrambi nel Comune di Firenzuola (FI).

Dal Sasso della Mantesca si ricavavano pietre, che servivano per macinare il granoturco. Alcuni esempi sono conservati presso il Mulino di Mazzone, Piamaggio, alla destra del Rio del Piattello, mulino didattico visitabile e ancora in uso. Si ricorda anche l’attività mineraria del passato connessa all’estrazione di rame in località Bisano e Sassonero, nel territorio di Monterenzio, e di Gurlano in territorio di Monghidoro.

Il “SASSO DI SAN ZANOBI”la leggenda
PARCO DELLA MARTINA

ITINERARI DEL PARCO

Esistono vari sentieri all’interno del Parco, per poterlo visitare in completa sicurezza.

Uno di questi guida i visitatori alla scoperta della flora che vive nel parco, insegnando loro a riconoscere le piante e gli ambienti. Percorrendo un altro sentiero, inoltre, si può vedere l’ingresso di una vecchia miniera di rame, oggi abbandonata.

E’ fondamentale, che il delicato equilibrio di queste zone protette venga mantenuto, in modo da preservare le peculiarità naturalistiche della zona. E’ per questo motivo che invitiamo caldamente tutti i visitatori a comportarsi in maniera rispettosa dell’ambiente. Ricordiamo che in queste aree è assolutamente VIETATO il transito di mezzi a motore, la raccolta di piante e fiori, la pesca sportiva ed ogni altra attività che possa minimamente danneggiare il luogo. Ringraziamo tutti per la collaborazione e vi aspettiamo a godere con noi della bellezza del nostro territorio.

Camminate o pedalate tra i suoi sentieri, rispettando il delicato ecosistema che contraddistingue questo luogo e godetevi una pausa nel verde gustando un delizioso piatto all’Osteria del Bosco!

Per chi desidera farsi accompagnare da una guida

https://alpelegren.com/events/alla-scoperta-del-parco-la-martina/

L’APPLICAZIONE WIKILOC

 

Panorami mozzafiato, boschi, biodiversità animale e vegetale: il territorio di Monghidoro offre davvero tanto a chi vuole passare qualche ora a contatto con la natura. Il sito raccoglie i migliori percorsi all’aperto per escursioni a piedi, in bicicletta e molte altre attività. Scaricate la applicazione Wikiloc per Iphone e Andoid sul vostro smartphone e seguite le avventure sui tracciati segnati in mappa anche off-line!

 

I percorsi sono divisi fra le due principali aree di interesse naturalistico che contraddistinguono il Comune di Monghidoro, l’Alpe ed il Parco della Martina. Troverete anche percorsi che uniscono queste due aree o che si allacciano a cammini o percorsi a lunga percorrenza, come la Via degli Dei, la Via Mater Dei, l’Alta Via dei Parchi.

 

Godetevi il nostro territorio, ricordandovi sempre di rispettare la natura che vi circonda!

per chi desidera una guida Alpegren 

SENTIERI CAI 805 E 806

Due sono i principali sentieri che percorrono il Parco de La Martina, attraversandolo da parte a parte e permettendo al visitatore di passare per i punti di maggior interesse sia paesaggistico-naturalistica, che scientifica.

 

Si tratta di tratti dei sentieri CAI 805 e 806. Pubblichiamo in questa sezione la mappa che si trova su un cartello posto presso un’area di sosta all’interno del Parco.

cartografia tracciati CAI 805-806
Ingresso-Miniera-di-Gurlano

BIODIVERSITÀ DE LA MARTINA

Partenza e arrivo dal parcheggio del Camping La Martina. Per chi arriva con mezzi pubblici, esiste un sentiero di circa 900m che collega il parcheggio alla fermata dell’autobus in località La Palazza.

Si entra Parco, all’interno del quale, attraversando il bosco, si potranno osservare diverse zone umide, che ospitano diverse specie di animali e piante protette.

Lungo la salita, una piccola deviazione consente di raggiungere la cima di Monte Gurlano, per poi proseguire fino al crinale. In cima sarà possibile godere di incredibili panorami fino al Sasso della Mantesca, per poi iniziare la discesa che riporta al punto di partenza.

Percorso che non presenta passaggi particolarmente complicati, ma piuttosto impegnativo.

Raccomandati bastoncini e scarponi da trekking, oltre ad adeguati rifornimenti di cibo ed acqua, dal momento che l’unico punto di ristoro è alla partenza/arrivo.

Biodiversità de La Martina
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SENTIERO CAI 801

 

ATTENZIONE – Itinerario con alcuni tratti impraticabili.

A causa del cattivo stato del fondo e della presenza di vegetazione e fili elettrificati al lato del percorso, ci sono, specie nelle zone dei comuni di Monterenzio e Monghidoro, tratti non praticabili.

Partendo da Idice (Bologna) arrivando al valico del Passo della Raticosa (Firenze) seguendo un tracciato che segue la linea del crinale sul confine tra Emilia, Romagna e Toscana, percorrendo alcuni tratti dell’antica strada romana Flaminia Minor.


Il tracciato permette di godere di vedute incredibili sulle vallate circostanti e, nei giorni più limpidi, può offrire viste che vanno dal mare al Monte Cimone.
Non ci sono tratti particolarmente difficoltosi, ma è comunque abbastanza impegnativo, per cui è consigliato a persone ben allenate.

SENTIERO CAI 801
SENTIERO CAI 801

PINETA LA MARTINA

 

Sentiero che si snoda all’ombra bosco misto appena sotto Monte Gurlano, toccando alcune aree umide arrivando fin sopra al sasso da cui potrete godere del paesaggio sulla Valle dell’Idice e su tutta l’area del Parco sino al pilastro dei Tre Poggioli sul crinale. Tutto il percorso è caratterizzato da una ricca varietà floreale, diversificata dal habitat che li ospita; scendendo incontrerete sulla via una cava d’ispezione di rame (non accessibile) e una fontana.

PINETA LA MARTINA
PINETA LA MARTINA
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